Stampa
Categoria: Velo d'Astico
Visite: 2129

UN VIAGGIO SULLE ORME DI FOGAZZARO

di Giovanni Matteo Filosofo

La Val d'Astico si apre là dove Piovene, posta a nord-ovest della provincia, segna l'inizio della pianura vicentina: la valle si allarga tra i versanti del Paù e del Cengio, che preludono all'Alto-piano di Asiago, e del gruppo montuoso Summano – Colletti – Priaforà che chiude a sud-ovest il vasto anfiteatro occupato dai paesi di Cogollo, Velo d'Astico, Arsiero.

L'Astico, nello slargo di Seghe, riceve le acque del Posina: i due corsi d'acqua, un tempo fiumi impetuosi, oggi torrenti sovente inghiaiati, scorrono su versanti opposti, accostati alle falde del Cimone, che conclude col ciglio dell’Altopiano di Tonezza e dei Fiorentini, un angolo di terra veneta rimasta, nei secoli, sostanzialmente inalterata.

Velo d'Astico, posta a 372 m. di altitudine, a 34 Km da Vicenza, copre con i suoi 21 Kmq di superficie soltanto una piccola porzione della vasta Contea, feudo della potente famiglia dei Conti Velo che, dall'anno 1000, dominò incontrastata sulle Valli dell'Astico e del Posina per circa otto secoli, fino al completamento di un lento processo di affrancamento feudale, un «ombra di lunga durata» che non ha eguali in tutto il territorio vicentino.

Proprio qui, a Velo d'Astico. Antonio Fogazzaro era solito venire a villeggiare per lunghi periodi, in un luogo che certamente lo affascinava per la sua storia, ricca di memorie e di presenze emblematiche, e per le suggestioni di una natura capace di suscitare nell'uomo e nel poeta emozioni e sensazioni destinate ad essere fondale e contenuto di un romanzo. Questi luoghi, da sempre gelosamente custoditi, si presentano ancor oggi permeati di un fascino prettamente fogazzariano. Per questo, scoprendoli via via nel corso di un itinerario, non svelano soltanto la loro storia e la loro bellezza naturale, ma l'essenza di una vicenda poetica che proprio nella Val d'Astico trovò modo di maturare e di concretizzarsi non solo nei romanzi, ma anche in una villa, "La Montanina", in cui il poeta realizzò i suoi sogni e le sue fantasie.

Prima tappa dell'itinerario:

"COLLE DEL CASTELLO DI VELO"

Al colle di pietra nera vulcanica, situato proprio al centro del paese, si sale lungo il sentiero che, dal sagrato della Chiesa par­rocchiale dei SS. Giorgio e Martino, conduce in poche centinaia di metri alla sua cima. Il colle un tempo era tutto racchiuso dalla cinta di mura che proteggeva l'antico castello dei Velo, sorto prima del 1000, e inglobava la primitiva chiesa di S. Martino; oggi, di quella roccaforte potente e temuta non rimangono che la torre sommitale merlata e un massiccio bastione, entrambi parzialmente restaurati nel 1977 per iniziativa del locale gruppo A.N.A., che ha fregiato con simboli dell'epopea patriottica il percorso e i resti della rocca.

Il colle è un balcone unico sulla Valle, che permette di conoscere i luoghi preferiti e meticolosamente descritti dal Fogazzaro: quella che lui chiamò la "conca di smeraldo" è limitata da sud ad ovest dai declivi del Summano, ricco di una flora non comune, dalle creste aguzze del Colletto Piccolo e del Colletto Grande e dall'aspro Priaforà, singolare per una particolare apertura circolare nell'anticima, scavata dagli agenti atmosferici. L'altro versante è tutto compreso con andamento est-nord fra i dolci fianchi del Paù che cedono ben presto il posto alle pareti dello scosceso Cengio. L'anfiteatro sembra chiudersi a nord-ovest con la guglia del Caviojo che in parte nasconde il sacro Cimone. Invece, l'erosione millenaria del Posina e dell'Astico ha creato due vie di fuga contrapposte che si insinuano nelle valli omonime.

Il paese di Velo, con le sue contrade, si estende dai piedi del colle fino ai boschi di latifoglie che addolciscono l'aspro pendio meridionale. A levante si intravede l'abitato di Meda, a ponente quello di Lago, seminascosto dal folto parco che a monte sovrasta la splendida villa Velo; il bosco trova una sua appendice nella costa su cui è adagiata villa Montanina che sembra quasi confinare col Posina e con Arsiero. Più sotto, accanto all'Astico e al Posina, che si incontrano in località Schiri, si allunga la frazione di Seghe: l'espansione abitativa e produttiva ha in parte invaso l’ampio parco di villa Valmarana che si intravede tra un ciuffo di abeti scuri.

Nel "Daniele Cortis", opera che possiamo considerare del periodo giovanile, essendo stata scritta nel 1885, quando Fogazzaro aveva 43 anni, questi stessi luoghi, i paesi, i fiumi e le montagne hanno un'incidenza rilevante e rivivono con nomi fantastici, spesso evocativi della realtà naturale.

luoghi fogazzariani nel "Daniele Cortis" corrispondente luogo reale
Val di Rovese Val d'Astico
Val Posena Val Posina
Rovese Torrente Astico
Posena Torrente Posina
Barco Monte Cengio
Corno Ducale Monte Caviojo
Passo Grande Monte Priaforà
Passo Piccolo Colletti di Velo
Rumano Monte Summano
Simon Monte Cimone
Villascura Velo d'Astico
Caodemuro Arsiero
Passo di Rovese frazione di Seghe
villa Carrè villa Valmarana
villa Cortis villa Velo

 In "Leila" invece, ultima opera del Fogazzaro, edita nel 1911, il poeta evoca questi stessi luoghi lasciando inalterati i loro toponimi, descrivendoli con una prosa ricercata e preziosa, assieme ad una musicalità che ben si addice all'ambiente pedemontano e prealpino che proprio dal colle dell'antico castello di Velo si coglie in tutta la sua maestosità.

Seconda tappa dell'itinerario:

"VILLA VALMARANA"

Arrivati a Seghe di Velo, superata una robusta cancellata, si sale dolcemente verso il vasto pianoro su cui sorge villa Valmarana, la "villa Carrè" del "Daniele Cortis", in più punti contrassegnata dallo stemma dei Velo, con la caratteristica vela gonfia divento. La villa infatti, sorta col suo nucleo originario nel 1580, collocata all'interno di una tenuta di 60 campi vicentini, appartenne fino al 1850 alla famiglia dei Conti Velo, passando poi per via giudiziale in favore di Giuseppina Lampertico, moglie del Conte Angelo di Valmarana. Dai Valmarana la villa fu quindi ceduta nel 1980 alla famiglia Ciscato, industriali del luogo e attuali proprietari. La villa, oggi disabitata, è il risultato di molteplici interventi, il più rigoroso dei quali, operato dal Caregaro Negrin nel 1843, più ancora del restauro compiuto nel primo dopoguerra, l'ha sicuramente caratterizzata in modo classicheggiante. Al robusto edificio posto a settentrione, culminante col frontone che incornicia fastosamente lo stemma dei Velo, si appoggiano il porticato e la loggia settecentesche, che si agganciano a destra ad un breve corpo di fabbrica, in rilievo rispetto anche al cinquecentesco porticato posto all'estremo meridione. Completano i prospetti opposti alla villa l'antica colombara, decorata con fregi pittorici romantici, e la casa del fattore, che al poeta appare … graziosa casetta posata a pochi passi dalla villa cui mostra la faccia di tramontana bizzarramente mascherata da rovina medioevale, e quella di levante tutta verde e rose dal prato al tetto.

La villa, alquanto trascurata, è oggi spogliata di ogni arredo interno, ma conserva intatto un fascino che le reiterate manomissioni sembrano non aver scalfito. Essa presenta innanzitutto un'architettura interna particolare che si evidenzia soprattutto nella singolarissima sala a crociera, fulcro del pianterreno del massiccio edificio, che apre un belvedere rivolto ai quattro punti cardinali: sulla pianura vicentina, verso l'onduleggiante pendio del Summano, sull'austero Priaforà, verso l'incombente Cengio che scende quasi a strapiombo sull'Astico.

Tutto l'ambiente naturale circostante è presenza che si può godere ancor oggi da ogni stanza della villa, una peculiarità che dovette affascinare senz'altro il poeta che, fino al 1905, veniva abitualmente a soggiornare, soprattutto nei mesi estivi, salendo dalla vicina Vicenza, come ospite dei Valmarana di cui aveva sposato la figlia Margherita.

Nella quiete distensiva di questo luogo immerso nel verde il poeta iniziò, sviluppò e concluse il suo "Daniele Cortis", la vicenda di un uomo politico cattolico tormentato dal sogno di un partito non confessionale, e, nel suo intimo, dall'amore per la cugina Elena Carrè, già sposata al barone di Santa Giulia.

Villa Valmarana, ribattezzata "villa Carrè", è la casa paterna di Elena, cornice, assieme al verde parco e all'anfiteatro circostante, di buona parte del romanzo. Ancor oggi la villa sembra attingere la sua seduzione proprio dallo spazio ad essa riservato dal poeta nel romanzo: all'interno, nella sala a crociera, con la fantasia si indovinano i posti del biliardo, del piano, del tavolino ovale e dei canapè, si odono le chiacchiere delle signore e signorine in fronzoli, venute a far visita alla contessa e il baccano dei preti che giocano a tresette riscaldati da parecchie tassette.

Fuori non c'è più in faccia all'uscio a vetri il grande cipresso morto, avvolto nel glicine sino alla punta; ci sono ancora invece i Tre grandi abeti che dal ciglio d'un pendio fronteggiano la vallata, anche se le praterie verso Villascura sono da qualche anno in parte occupate dalle case di una zona residenziale e la chiesettina di Villa Carrè, accoccolata in un canto del giardino, fra il cancello e una macchia d'abeti ha perduto il suono cristallino delle sue campanelle.

E il fascino di una natura tutta fogazzariana quella che si offre agli occhi del turista ancora capace di cogliere nell'ombra del porticato, nella rustica colombara, in stradine che si perdono e si confondono nel verde, i luoghi ove Elena e Daniele consumarono i loro sogni, soltanto parlando di un amore fatto di parole e di gesti appena accennati, con la complicità inconsapevole di una natura ancor oggi romantica, in uno scenario tutto da scoprire e da godere.

Terza tappa dell'itinerario:

"VILLA VELO"

Da villa Valmarana, la “villa Carrè" del “Daniele Cortis", lo sguardo del turista oggi, come quello del poeta ieri, scorge più in alto, a fianco della rocca del Castello medievale, il sasso coronato di rovine che porta sopra uno scaglione la chiesa, le prime avvisaglie della villa dei Conti Velo, la maestosa dimora che nel romanzo è residenza di Daniele.

Si può ancora arrivare a villa Velo ripercorrendo passo passo l'itinerario seguito da Elena:

Passate le ultime casupole del paesello, vide il muraglione del giardino francese e, al di sopra, il getto bianco, il bosco pendente della montagna. Smontò... stilla spianata verde davanti alla casa, s'avviò per il cortile rustico al cancello dei giardini e si perdette nelle ombre del bosco.

Le «casupole» fanno parte del centro storico dell'attuale Velo d'Astico, da cui si diparte la strada che sale alla frazione di Lago. Subito si imbocca a destra una stradicciola bianca che conduce alla villa, posta in posizione dominante su tutta la valle, come emblema di un potere perpetuatosi nei secoli e che trova, proprio nella seicentesca cappella gentilizia, posta ai margini della vasta tenuta, una presenza imponente. All'interno infatti, attorno ad un pregevole altare barocco di marmi policromi, angioletti alati, disposti con moto ascensionale, sostengono sulla sommità l'antico blasone della nobile famiglia.

Superato l'imponente portale, eccoci di fronte alla struttura composita della villa: a meridione si eleva la costruzione più antica, in cui sopravvivono elementi gotici e rinascimentali, in fondo al grande cortile si staglia il rustico cinquecentesco, con l'elegante portico e l'alta torre colombara, al centro, a congiungere le due costruzioni, la lunga bassa ala settecentesca con le eleganti serliane e la solenne scalea che conduce alle vaste e splendide sale di rappresentanza, frescate dal pennello di Pietro Moro, e adornate da singolarissime decorazioni a stucco nel più squisito stile rococò.

Il nucleo più antico, ammantato nella loggia cinquecentesca da bassorilievi marmorei, arricchito dalla presenza a metà della breve gradinata d'accesso dai due vigili cani in pietra, e che pur presenta nel suo interno resti pittorici del '600, non sembra aver attirato l'interesse del Fogazzaro, tutto intento a collocare la vicenda negli interni dell'ala, fatta costruire con felice intuizione nel 1752 dal Conte Girolamo Velo, e, all'esterno, nel vasto giardino e nell'ombroso parco culminante con la peschiera.

Il grande salone centrale, che presenta in due sequenze pittoriche contrapposte alcuni momenti dell'epopea napoleonica, da un lato l'arrivo trionfale di Napoleone nella terra veneta, dall'altro l'angosciante arresto a Roma di Papa Pio VI per opera del generale francese Berthier, è più volte riproposto dal poeta nel romanzo:

Una lucerna colossale ardeva in faccia alla porta sopra una tavola greggia, illuminando, dal pavimento alle nere travi enormi, la sala con le sue quattro porte laterali accigliate, con il suo disordine di carte e di libri ammucchiati alla rinfusa sulla tavola, sparsi sul canapè e sulle sedie, con le due aquile piantate ad ali aperte negli angoli opposti all'entrata.

Come già per villa Valmarana, anche per villa Velo è scomparso l'arredamento interno: nel passaggio di proprietà dai Velo agli Zabeo, e infine, nel 1952 al PI.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere), attuale proprietario, le splendide sale hanno infatti perduto un arredo che doveva essere meraviglioso. Il mobilio interno e i vasti tappeti cui accenna il poeta erano solo alcuni elementi di un insieme decorativo che si arricchiva, all'interno dei raffinati fregi a stucco delle pareti, di specchi alla veneziana e dei ritratti degli avi della famiglia Velo. Ma basta proseguire nella lettura del romanzo, seguendo la visita serale di un ospite di Daniele, per ritrovare anche nell'odierna villa Velo la poesia del Fogazzaro:

Fra questi due angoli, la gran porta che mette al giardino francese era aperta. Grigiolo vi si affacciò. Aveva sul viso il Passo Grande, tutto nero; a destra, in alto, le vette del bosco denso che sale il monte, scende nella valle, copre dorsi e valloni, ruscelli e laghetti con l'orrore delle sue ombre. Il meraviglioso getto d'ac­qua del giardino parlava, invisibile, nella notte.

Immutabile nel tempo, come la villa d'altro canto, ancor oggi il "parterre" francese suscita nel visitatore stupore per la sua sensualità. Gli oltre 3000 mq di giardino si presentano infatti sempre molto curati, con aiuole, tutte incorniciate da siepi di bosso, che sono proemio al prospetto di fondo, ingentilito da un grazioso laghetto ovale in miniatura e dalla presenza di alcune divinità fluviali. Un Nettuno in pietra, emergente dai flutti, soffia perennemente il getto d'acqua verso l'alto, quasi spezzando il gioco di scale che ascendono al rigoglioso parco.

Fuori, solitaria sulla spianata prospiciente la villa, si innalza la colonna egizia portata nell'800 dal Conte Egidio di Velo dalle Terme di Caracalla e collocata ad abbellire il parco. Soltanto nel '900 infatti la rossa colonna spezzata fu posta al centro dell'ampio cortile, proprio di fronte al palazzo settecentesco. Il poeta, nel romanzo, la fa assurgere a simbolo di un amore impossibile, quello fra Elena e Daniele, spesso vissuto tra turbamenti e trasalimenti nelle ombre del parco incombente.

Elena sparve là dentro per la via larga che gira a sinistra. Ella risaliva lo stretto valloncello dove un rivolo gorgogliava fra le ninfee, l'erba affoga il sentiero, e in alto, le acacie… confondono nel sole il loro verde... Si ascende per di là ad un quieto seno aperto del colle, e quindi, fra gli alberi, al piano erboso dove una colonna di marmo antico, portata dalle terme di Caracalla in quest'altra solitudine, reca sulla base due mani di rilievo che si stringono e le seguenti parole:

HYEME ET AESTATE
ET PROPE ET PROCUL
USQUE DUM VIVAM ET ULTRA

Anche se le mani congiunte e la scritta latina, forse frutto di un'invenzione poetica, non esistono più, il fruscio delle fronde del bosco, mosse dal vento, assieme al ruscellare di mille rivoli gorgoglianti, sembrano anche oggi dare eco ad un amore forse solo sognato poeticamente con i versi:

D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, s'in ch'io viva e più in là.

Il parco, dotato di una vegetazione lussureggiante, ricco com'è di faggi, pini, abeti, larici, carpini, castani, ontani, si estende oggi su una superficie di oltre 100.000 mq. Dalla villa si diparte l'ampio viale, più volte citato dallo scrittore, delimitato lungo tutto il suo percorso da due file di carpini bianchi: esso attraversa longitudinalmente il bosco fino al bacino della peschiera, un tempo informe laghetto, un ovale specchio d'acqua cinto di piante nere e adombrato dalla imminente montagna del Passo Grande... l'acqua non faceva una crespa... tutto taceva ancora. Quel silenzio, quella quiete, il fascino reale di una natura che però solo con la poesia si è in grado di descrivere, sono le ultime sensazioni che il turista coglie nella splendida villa Velo e nel suo parco, dove fantasia e realtà sembrano confondersi, quasi fossero la trama di un unico romanzo.

Quarta tappa dell'itinerario:

"VILLA MONTANINA"

Proprio dalle rive del laghetto della peschiera di villa Velo si scorgono in basso i tetti di villa Montanina, raggiungibile anche per la strada che dal centro di Velo d'Astico porta ad Arsiero. Prima del ponte sul Posina infatti, dopo il boschetto dei Millepini, all'incrocio una strada sale verso l'abitato di Lago. Il Fogazzaro, in "Leila", così ci presenta la villa:

All'ultima svolta, dove la strada della Montanina si diparte da quella di Velo… ecco il castagno antico, dal tronco tripartito a candelabro, ecco, sullo svoltar della salita, il biancor fioco della chiesetta bizzarra, ecco il biancor fioco, in alto, della villa e il fosco sopracciglio della grande, pensosa Priaforà.

Il secolare castagno oggi non c'è più, ma "la Montanina", con la sua chiesetta, appare ancora d'improvviso al visitatore adagiata sul colle a riposare, là dove il poeta la volle, a mezza-costa, con alle spalle il bosco fitto di abeti e di castagni, di fronte alla conca della Val d'Astico che la villa signoreggia.

Nel Fogazzaro l'idea di costruirsi a Velo d'Astico una propria dimora nacque probabilmente da un evento luttuoso: nel 1905 infatti, con la scomparsa della suocera Giuseppina Lampertico Valmarana, il poeta perse la possibilità di accedere e di soggiornare liberamente in "villa Carrè".

L'amore per il luogo e il desiderio di dare libero sfogo ad un gusto architettonico che sposasse l'estetismo tardo-romantico con le istanze del modernismo-liberty furono i semi da cui germogliò "la Montanina": l'architetto Mario Ceradini fu soltanto il tramite con cui il poeta realizzò il suo sogno, e "Leila" il romanzo con cui Fogazzaro non solo conciliò finalmente le istanze religiose e quelle sentimentali, ma il poema dell'esaltazione di un ambiente ricco di tremori, di presenze, di suoni capaci di commuovere l'anima.

Già oltrepassando il cancello grande, un tempo entrata delle carrozze, da cui inizia il breve viale ombroso rotto a metà dal ponticello sulla Riderella, "la Montanina" si offre al visitatore in tutta la sua poesia: gli alti abeti del pianoro si alternano a macchie di maestosi faggi piangenti, i declivi del colle erboso, culminanti col fitto bosco, nascondono rivoli che conservano nomi creati dal poeta. Ecco in alto, sopra la villa, il cippo di pietre bianche che contornano la scritta di "FONTE MODESTA" col suo piccolo cavo grazioso, ecco scivolare, sotto le scogliere del ponte, la Riderella, il rivoletto che poi salta e suona.

La villa, dalle forme inusitate e inconfondibili, si erge al termine del viale alberato, destando, oggi come ieri, stupore per le sue fattezze. Il gioco dei tetti, che cadono ripidi su strutture portanti in legno di larice, fa cadenza sul timpano trapezoidale della facciata posta a nord, di fronte alle alte balze del Cengio; il maestoso frontone, sulla cui sommità si aprono due minuscole finestrelle a cui fanno da contrappunto sopra il massiccio architrave le tre aperture nella fascia dimezzo, sembra rispondere alle indicazioni dettate al Ceradini dal Fogazzaro stesso: Chiostro alto e immenso, paesaggio ariostesco ampio e pur misterioso. Le corte colonne orientaleggianti, appoggiate a robuste balaustrate di pietra bianca, la grande, imponente vetrata, gli archi appena accennati nella porta d'accesso alla veranda e nelle finestre del pianterreno a ponente, altri elementi puntualmente riproposti anche nella ricostruzione operata dopo le distruzioni della grande guerra, sono tutte caratteristiche che fanno della "Montanina" un "unicum" pure ai nostri giorni.

Infatti, anche se non è più la villa del poeta, ma dal 1932 sede dell'Opera Italiana Pro Oriente fondata da Mons. Francesco Galloni, casa delle "Figlie di S. Maria Annunciata", scuola privata e luogo di meditazione, "la Montanina" continua ad essere la villa di "Leila" e del Fogazzaro, perché l'ampliamento operato su disegno dell'ing. Umberto Valdo, soprattutto a meridione, è in sintonia con la riproposta di motivi architettonici e decorativi originari. Per questo il testone di pietra quadri-fronte, che sovrasta la balconata del terrazzo posto sopra la loggia, un tempo aperta, simboleggia con la scritta "1907" la nascita di una villa la cui celebrità continua a perpetuarsi, anche se la scena dell'Annunciazione nello spalto ha preso il posto delle figure affrescate dei tre Re Magi, il fresco del Beato Alberto Magno sulla facciata di mezzogiorno è scomparso assieme alla Meridiana, e i fregi attuali propongono una destinazione diversa di tutto l'edificio rispetto al villino voluto dal poeta.

Le adiacenze conservano un estetismo di matrice fogazzariana di una natura impregnata di sensualità, sempre complice di sentimenti densi di fascino e di emozione: la voce della Riderella che scivola leggera tra i sassi e il muschio, il lieve mormorio di Fonte Modesta, lo stormire senza posa degli alberi del parco messi a dimora con amorosa cura dal poeta e da don Francesco, il declinare del colle in fiore fino alla chiesetta di "Sancta Maria ad Montes", sono tutti segni e voci di un ambiente favoloso che lo scrittore volle riproporre come scenario dell'ultimo suo romanzo.

In "Leila" infatti l'esaltazione della spiritualità e della femminilità trova giusto supporto nel poema del bello di un ambiente "reale", capace ancora di stupire e di incantare.

Il grande salone, oggi privo del camino ricco di fregi e di motti decorativi, degli eleganti lampioncini a spirale, dei canapè e del mobilio liberty, delle note che si espandevano accompagnando il riposo del poeta nelle fresche serate estive, ripropone la bellezza dei due saloni imponenti che inquadrano il fondo e che si congiungono pochi gradini più sotto della galleria che, con una scala marmorea, immette nella biblioteca:

Dalla galleria si guarda giù nel salone per l'apertura della scala e anche fra le colonnette che legano, ai due lati di quell'apertura, un parapetto al soffitto. La fantastica immensa vetrata aperta in faccia alla valle e la veranda a mezzogiorno permettono allo sguardo di spaziare dalle balze del Priaforà al profilo acuto del Caviojo, alle nude scogliere enormi del Barco fino alle guglie del Summano, offrendo sempre scene di pace maestosa.

Fuori, dietro la villa, il sentiero si inerpica ad incontrare l'ampio viale che da villa Velo conduce al piccolo lago nascosto fra il verde. Qui, in rapida successione, delle cascatine perpetuano un suono infinito: l'arbio in pietra, disegnato dal Ceradini come bocca d'acqua per l'atrio della cappella, si trova collocato tra il fluire perenne degli scrosci, all'ombra del ripido pendio.

Accanto alla villa, alle due estremità opposte, si erge a levante il busto del Fogazzaro sfiorato dalle fronde dei faggi piangenti, a ponente, agli inizi del pendio erboso, dalla statua di Mons. Galloni, colui che seppe far risorgere un sito, "vendicando" le rose di Leila. Le vecchie scuderie e la casa del guardiano, trasformate nel '29 in foresteria, ripetono in tono minore i motivi della Montanina e concludono a ponente la vasta spianata.

Seguendo il ruscellio della Riderella, con la sua voce sommessa, si incontra la chiesetta di "Santa Maria dei Monti" che chiude il declivo del colle e che, con l'atrio d'entrata, permette l'accesso ai pedoni. I tetti aguzzi e ripidissimi, la campanella querula, gli archi, le colonnine in pietra, le strette finestrelle arcuate, tutto concorre a rendere grazioso il tempietto voluto dal poeta.

All'interno, scomparsa la piletta di pietra che ha un fregio di stelle alpine e, nell'abside, la Madonna arcaica del Linzi, sostituita da un prezioso mosaico di Maria Assunta, è visibile dalla porticina di fianco la verde scena del parco di Velo, la chiara lama di prato, fra i castagni.

L'itinerario si chiude. In lontananza, altre suggestioni: ecco il villino, la casina rossa come una fragola, sull'orlo del piano di Arsiero che guarda Seghe, oggi come ieri fasciata di rose fino al tetto e circondata da giganteschi tigli; la villa Franco, che in "Leila" Fogazzaro pone a dimora di donna Fedele, la Dama bianca delle Rose, guarda la "Montanina".

Ed è questa l'ultima visione di un viaggio compiuto nella Val d'Astico, nel tempo e nello spazio, nella memoria e nella fantasia, sublimi presenze che permettono all'uomo d'oggi, come a quello di ieri, di ricordare, e talvolta di fermarsi, per sognare.

 

ANTONIO FOGAZZARO - note biografiche

1842-1859

1842. Nasce a Vicenza il 25 marzo da Mariano e da Teresa Barrera. Il padre, esule a Torino dal 1859, deputato al Parlamento del nuovo regno d'Italia, era amico di Gino Capponi, di Ricasoli e di Peruzzi. Nel 1848, durante l'assedio di Vicenza, è a Rovigo con la madre e la sorella ma; in estate è in Valsolda, a Oria. Lo zio Giuseppe, sacerdote, ha fin d'ora notevole influenza sulla sua formazione. A lui Antonio Fogazzaro manda in visione i suoi primi componimenti poetici. Nel 1856 entra al liceo di Vicenza sotto la guida di un altro sacerdote, Giacomo Zanella. Consegue la maturità classica nel 1858 e si iscrive alla facoltà di legge dell'università di Padova. La salute malferma lo costringe in Valsolda, dove matura l'inclinazione alle lettere, osteggiata dal padre che ha scarsa fiducia nelle sue capacità letterarie.

1860-1869

Nel 1860 si trasferisce con la famiglia a Torino dove compie gli studi di legge, laureandosi nel 1864; fa pratica in studi legali della città. Passa a Milano nel 1865, dove entra nello studio dell'avvocato Castelli. Conosce Margherita dei conti di Valmarana che sposa l'anno seguente. Nel 1868 dà gli esami di avvocato. Nell'estate è a San Bernardino, dove tornerà per altre villeggiature. A Milano frequenta e diviene amico di Arrigo Boito. Si stabilisce a Vicenza nel 1869, dove gli nasce la prima figlia, Teresa.

1870-1879

Nel 1870 inizia un diario che terrà fino al 1882 dove, insieme alla moglie, registra le impressioni sulla vita dei figli. Nel 1872 pubblica il discorso Dell'avvenire del romanzo in Italia tenuto all'Accademia olimpica di Vicenza. 1873: termina Miranda. L'opera convince il padre, deputato a Roma, ad appoggiarlo nella carriera letteraria. Nell'autunno ritorna alla fede che aveva perduto durante gli anni universitari. 1875: gli nasce il figlio Mariano. Pubblica nel 1876 la prima raccolta di versi. Valsolda.

1880-1889

1881: gli nasce la figlia Maria. Pubblica, ai primi di maggio, Malombra presso l'editore Brigolo di Milano. Nel 1883 incontra Giuseppe Giacosa. Soggiorna a Lanzo d'Intelvi dove conosce Ellen Starbuck, un'americana a cui si ispira per la Violet del Mistero del poeta. Nel 1884 è a Bordighera, Sanremo, Nizza e Montecarlo. Termina Daniele Cortis. Muore in agosto lo zio Piero Barrera (lo "zio Piero" di Piccolo mondo antico) dal quale, nei primi anni di matrimonio, deciso contro la volontà del padre, aveva avuto aiuto economico e morale. Nel 1885 pubblica Daniele Cortis, presso Casanova di Torino. Viaggia in Germania. Inizia il romanzo Il mistero del poeta. Nell'aprile 1887 muore il padre. In estate a San Bernardino incontra Jole Moschini Biaggini, ispiratrice del personaggio di Jeanne Dessalle di Piccolo mondo moderno. 1888: è in relazione con monsignor Bonomelli. Esce in volume Il mistero del poeta, presso Galli di Milano, già apparso nella «Nuova Antologia».

1890-1899

Gli muore la madre nel 1891. Nel numero di Natale 1892 del «Corriere di Napoli» escono le prime pagine di Piccolo mondo antico. A Napoli, nel 1893, in occasione del suo discorso L'origine dell'uomo e il sentimento religioso, stringe amicizia con Matilde Serao. Incontra a Capua il cardinale Capecelatro. Nel 1894 pubblica sul supplemento del «Mattino» di Napoli I cavalieri dello Spirito. In seguito a tale articolo Matilde Serao lo invita a farsi capo e guida a «un senso più alto e più nobile della vita interiore». Incontra a Milano Enile Zola. Nel 1895 gli muore di tifo il figlio Mariano. In novembre esce Piccolo mondo antico presso l'editore Galli di Milano. Nel 1896 è nominato senatore. 1898: primo soggiorno a Parigi. 1899: viaggia in Belgio. Entra in relazione col cardinale Mathieu. Pubblica un frammento di Piccolo mondo moderno nel numero di Natale del «Bene» di Milano. In volume escono i versi di Sonatine bizzarre, presso Giannotta di Catania.

1900-1911

1901: prima edizione di Piccolo mondo moderno, Milano, Hoepli. Nel dicembre dell'anno precedente il romanzo era apparso sulla «Nuova Antologia». Ristampa i Racconti brevi facendoli precedere dagli Idillii spezzati, Milano, presso B aldini & Castoldi, la casa editrice presso cui usciranno anche i suoi volumi successivi. Muore in agosto lo zio don Giuseppe che aveva avuto molta influenza sulla sua educazione. In settembre perde anche l'amata sorella ma. Nel 1902 viene rappresentata al teatro Manzoni di Milano la sua commedia Garofano rosso. Nel 1903 pubblica Scene. Lavora al Santo che esce il 5 novembre 1905. Nel 1906 condanna del Santo all'Indice, con decreto del 5 aprile. Fogazzaro si piega alla condanna imponendosi il silenzio. Muore l'amico Giuseppe Giacosa; nel 1908, seconda edizione di Minime e prima di Poesie. Il 12 novembre 1910 esce Leila. Il 26 febbraio 1911 entra all'ospedale di Vicenza per essere operato. Muore il 7 marzo.